“Tramutare il dolore in Bellezza” Che cosa abbiamo imparato dalla pandemia Covid?

Noi tutti siamo chiamati a soffrire ed anche a servire. Gesù non smise di servire quando fu rigettato, preso in giro, inchiodato, ed ucciso. L’apostolo Paolo e la sua squadra di fondatori di chiese furono “tribolati, perplessi, perseguitati, atterrati” (2 Corinzi 4:8-9) ma hanno conclusero che: “portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Corinzi 4:10).

“Manifestare Gesù nel nostro corpo” sofferente è la chiamata ma non è certamente facile. Così, abbiamo pensato di chiedere a diversi leader evangelici che cosa abbiano imparato sul ministero durante la pandemia Covid.

Oggi parliamo con la sorella, Paula Avila, dopo un anno di pandemia e restrizioni:


1.      Grazie di essere disposto ad essere intervistata. Come vorresti presentarti?

Sono una missionaria colombiana. Da 16 anni servo insieme a mio marito Eliseo Guadagno in Italia, prima con Operazione Mobilitazione ed ora con Assistere i Cristiani Perseguitati (ACP); sono psicologa di formazione e la mia passione è accompagnare le persone/famiglie nel loro percorso di crescita personale. Nella missione mi occupo dei viaggi a breve termine, dei campi estivi evangelistici e nella chiesa locale coordino i gruppi delle cellule. Collaboro con il percorso di formazione “Donne Pronte per Servire” e con il ministero di “Mamme in Preghiera” in Piemonte, Marche e Campania.

2.   Che cosa questa situazione ti ha insegnato sul carattere di Dio?

Al primo posto direi la sapienza di Dio, il Suo pensiero imperscrutabile, sorprendente: quando vedi la Sua mano all’opera in mezzo alle attuali circostanze, le porte che si aprono, le vite trasformate in mezzo al caos e alla crisi, ed in un certo modo afferri per un attimo il Suo pensiero, capisci la tua posizione davanti a Lui e non puoi far altro che lodarLo.

Alcune delle caratteristiche su cui ci siamo concentrate con il gruppo di “Mamme in preghiera” attraverso i piani di meditazione mensili durante la pandemia per lodarlo, edificarci mutuamente nella nostra fede e pregare più consapevolmente sono state: il Dio dell’impossibile, Dio la nostra salda speranza, Gesù Cristo è venuto per guarire (Dio della nostra salute) e Dio siede sovrano sul trono.

3.   Quali aspetti positivi e forse negativi hai notato nei credenti in questo periodo?

La pandemia, come tante altre prove nella vita, è stata ed è ancora un fuoco ardente e tenace. Come credenti abbiamo dovuto affrontare una scelta: o ci fidiamo di Dio e ci uniamo al Suo piano e opera per questa stagione attraversando quel fuoco senza paura, lasciando dietro tutti gli “adorni” o “comodità” che vengono strappate o “bruciate” via; oppure ci guardiamo intorno, distogliendo lo sguardo da Lui, sprofondando nelle acque dei nostri miseri dubbi, guardando come tutto si consuma intorno a noi lasciandoci solo cenere e buio.

Ho visto proprio questo: alcuni credenti sono già ora (anche se la pandemia non è finita), raffinati, rinforzati e perfino incoraggiati nel loro cammino di fede e servizio, alcuni stanno vivendo un rinnovato impegno e risveglio; altri invece hanno scelto di afferrare diverse “bandiere” da innalzare e su cui concentrarsi: i diritti, le presunte “libertà” perdute, le “ingiustizie” subite ed ancora altro.   

Alcuni credenti nel nostro ambito si sono resi conto della necessità imminente di seguire Cristo in un modo reale, senza maschere. Altri sono precipitati, aggrappandosi a qualunque cosa potesse dare loro un’apparente sicurezza.  

Abbiamo sperimentato l’unita del corpo in un modo più concreto e rinnovato, in particolar modo nella preghiera, nei “viaggi” più frequenti a trovare i fratelli delle altre comunità e regioni attraverso le varie piattaforme e nel Summer Camp digitale realizzato con l’aiuto di volontari dall’Australia alla Svizzera alla Colombia… in tutto questo il “fil rouge” era sempre l’amore di Cristo forte e potente che ci unisce e che traspariva in ogni video fatto per i ragazzi con tanta cura ed affetto.

4.   In quale maniera tu (o la tua famiglia, la tua congregazione, ecc.) hai/avete sofferto personalmente in questo periodo?

Le conseguenze dell’isolamento durante la pandemia possono essere viste in tanti sensi come un digiuno imposto, o per lo meno permesso da Dio: è stata rimossa ad un tratto la frenesia quotidiana, tolte le vicinanze umane (da mettere in discussione anche se la vicinanza fisica vuol dire vero rapporto e vera umanità) di tutti giorni, tolte le sicurezze finanziarie o le sicurezze sul nostro “garantito” futuro. Il digiuno, tradizionalmente ci permette di focalizzarci su Dio, ma purtroppo non è una pratica tanto diffusa quanto magari farebbe bene alla chiesa di Cristo. Beh, per più di un anno ora, il “digiuno” non è stato più una scelta, e tolte tante di quelle cose scontate e pretese, il credente ha dovuto fare i conti con la sua fede, ahimè in tanti casi la tempesta ha avuto il sopravvento. 

Come tanti, abbiamo vissuto alcuni mesi senza stipendio, e per un periodo non ci siamo potuti incontrare come chiesa. Durante tutto il Lock Down la missione (ACP) ha avuto il permesso di continuare ad operare, in quanto “attività di prima necessita”, il che è stato un grandissimo incoraggiamento per noi, ed una porta aperta per continuare a portare un aiuto concreto a persone nel bisogno o nella solitudine; abbiamo potuto toccare con mano diversi disagi e situazioni disperate, che tuttora si presentano alla porta del Centro [email protected], un centro polivalente, ubicato in un quartiere popolare della periferia nord di Torino, che risponde alle necessità delle famiglie. Questo ha comportato la necessità di isolarci completamente dai nostri genitori o altri per evitare dei contagi, ma considerando Ebrei 12:4-7 ci rendiamo conto che queste prove ancora sono niente paragonate a quelle di altri fratelli in altre parti del mondo o comunque paragonate a chi è dentro agli ospedali o a chi purtroppo ha dovuto affrontare dei lutti strazianti. Diversi fratelli e sorelle stanno affrontando delle prove e sofferenze, e come corpo ci stringiamo attorno a loro in preghiera e aiuto, portando i pesi gli uni degli altri.

5.   Come ti ha fatto crescere questo periodo?

Chiuse alcune porte, abbiamo intrapreso altre che si sono rivelate delle grosse opportunità.

“Ecco, io sto per fare una cosa nuova;
essa sta per germogliare;
non la riconoscerete?
Sì, io aprirò una strada nel deserto,
farò scorrere dei fiumi nella steppa.”

Isaia 43:19 è stato il versetto che Dio ci ha donato a Gennaio 2020 prima che iniziasse questo periodo pieno di nuove strade e fiumi che sgorgano.

Abbiamo deciso di iniziare il corso per guidare gruppi di studio Biblico della missione Entrust   (Uno dei corsi del percorso Donne pronte per Servire) all’inizio del 2020. Dopo qualche esitazione iniziale sullo sviluppo del corso da remoto, siamo partiti con le lezioni durante il primo lockdown, 4 uomini e 4 donne della chiesa hanno accettato la sfida di prepararsi in un modo più consapevole per la guida di piccoli gruppi. Abbiamo trovato gioia nel ritrovarci per le formazioni, è stato un modo per mettere delle basi per ciò che il Signore ci stava già preparando. Ben presto abbiamo finito il percorso, e seguendo la guida dell’ultimo capitolo nell’ottica di tutti i nuovi apprendimenti realizzati, abbiamo dedicato del tempo alla programmazione e pianificazione dei gruppi in Chiesa.  Personalmente è stato meraviglioso vedere come il Signore mi aveva preparata in anticipo ed in vista a questa situazione, per cui avendo completato i corsi in questione ho potuto facilitare gli incontri con il sostegno di una mentore a distanza, Sherri Carlson, con “Donne Pronte per Servire” che mi ha guidato e sostenuto nel percorso.

“Io aprirò una strada nel deserto!”

A settembre siamo partiti con il discepolato seguendo il percorso “Camminare con Cristo” (materiale di “Donne Pronte per Servire”) che esamina attraverso le Scritture e degli esercizi pratici, tutte le basi della nostra fede. Il Signore ha subito ricompensato il frutto del nostro lavoro e perseveranza, donandoci di nuovo 8 partecipanti, che a breve sono diventati 10. A Settembre del 2020 siamo partiti, un po’ in presenza ed un po’ a distanza e ora che siamo prossimi alla fine del corso, posso dire che il Signore sta facendo grandi miracoli nella vita dei partecipanti, che ogni lezione sembrava una lettera d’amore arrivata al momento giusto, che la maggior parte di loro hanno accolto gli inviti che Dio sta facendo in modo chiaro e potente in questa stagione e ci ha benedetto al di là delle nostre aspettative. Un piccolo passo di fede che si è trasformato in una cascata di acqua viva!

Brevemente finisco con dire che come frutto della pianificazione strategica sono partite altre due cellule, una in un paesino remoto dove la chiesa sta iniziando una testimonianza, ed un’altra evangelistica, che ha visto la conversione straordinaria di un signore arrivato alla cellula per vero miracolo. Il Signore sapeva già ogni cosa, è la lampada al nostro piede, e ci guida passo a passo nel percorso.

6.   Se potessi cambiare una cosa nella tua vita o nel tuo ministero in questo ultimo periodo, cosa cambieresti?

Proprio per la particolarità di questo periodo, vissuto con intensità e con una rinnovata ricerca della guida e dell’operare di Dio, non trovo degli elementi particolari che vorrei cambiare. 

7.   Quali sono alcuni cambiamenti durevoli che vedi come risultati (negativi o positivi) sul futuro della chiesa e dei credenti?

Il fuoco continua, la pandemia non è finita e non sappiamo cosa ci aspetta; posso dire che la mano del Signore è aperta e pronta ad elargire la Sua benedizione nella misura in cui noi apriamo gli occhi, ci allineiamo al suo pensiero e camminiamo per fede con coraggio, accettando le sfide e il costo: di gloria in gloria!  

Dio è stanco del vecchio “establishment” della religione piena di stereotipi e pregiudizi: rimarrà nel tempo solo ciò che ha superato la prova del fuoco. Il costo è proprio uscire dalla mentalità della chiesa comoda e fatta a misura nostra, senza sfide che presentino un vero sacrificio. Veramente questi rimpianti (di un passato tante volte idealizzato) sono secondo il cuore di Dio? Non dovremmo abbracciare la prova ed essere interamente trasformati da essa? Io mi chiedo: Veramente vogliamo tornare lì? Veramente vogliamo essere quei credenti pre-pandemia? Personalmente la mia risposta è un grande NO! Ho visto il Signore operare in un modo grande ed io non sono più la stessa.

Ora alcuni dei membri di chiesa ci rimangono male perché non si può fare l’incontro in presenza o perché non possiamo fare questo o quell’altro evento. Questa sofferenza non c’era prima della pandemia nel loro cuore e forse non partecipavano neanche all’organizzazione delle iniziative con tanto entusiasmo come ora; questo è decisamente un guadagno, una crescita.

Un altro cambiamento che rimarrà nel tempo è la “digitalizzazione” della chiesa, nel nostro caso particolare abbiamo potuto realizzare dei materiali online evangelistici per ragazzi che non avremmo sicuramente mai realizzato in altre circostanze, e questo è solo uno dei tanti esempi.

Ora dobbiamo affrontare l’estate ministeriale con i confini praticamente chiusi, vuol dire che molte delle risorse che tradizionalmente arrivavano dall’estero non ci saranno, e dovrà essere la chiesa italiana, in unità e con coraggio ad accettare la sfida ed agire con decisione.

8.   C’è un’ultima parola di sfida o incoraggiamento che vuoi lasciarci?

Tramutare il dolore in Bellezza.

È veramente possibile tramutare il dolore in bellezza? Non è proprio questo il percorso che ha fatto Gesù durante l’ultima settimana della sua vita sulla terra? Dolore nel Getsemani, quando Gesù prega fino a sudare sangue per l’angoscia e la paura. Ha pregato per una risposta che come sappiamo non accorciò il Suo percorso di sofferenza. Dio disse di no, non poteva allontanare quel calice. Il suo “No”, che si manifestò con il silenzio, il dolore delle piaghe e della croce. Un “NO” necessario che aveva lo scopo di dare via al grande “SÍ” di Dio!  

Ed ecco comparire la Bellezza… nell’amore sacrificale, nell’ubbidienza, nel perdono, nella risurrezione e nella vita.

La sofferenza è a volte un luogo di tanta solitudine, ma possiamo essere certi che quell’“uomo di dolore, familiare con la sofferenza” di cui ci parla Isaia 53, è vicino a noi e capisce le nostre angosce. Lui ci è di esempio in tante altre cose, e lo è anche nella sofferenza.

“Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte.” Filippesi 3:10

Rispondiamo a questa chiamata di avere comunione nelle sue sofferenze con la consapevolezza che aveva Paolo nell’affermare in Filippesi 3:12: Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù.


Ecco la risposta di Paula Avila con Assistere i Cristiani Perseguitati (ACP).