Questo post è stato estratto dal libro Pianta un seme e guarda che succede da Andrew Irving Thomas. Questo libro sulla fondazione di chiese è disponibile (in italiano e inglese) presso Edizioni Didachè. Usato ed adattato con permesso dell’autore.

Siete mai stati parte di un gruppo di persone che si trova nella necessità, o nella scelta, di “piantare una chiesa”? ….

Il termine “piantare una chiesa” è comunemente usato nel mondo evangelico angloamericano ed è un richiamo all’opera di un agricoltore che pianti nuovi alberi, o piante da frutta. La chiesa inizia da zero, a volte con un progetto aiutato o sponsorizzato da quella che verrà poi definita la sua “chiesa madre”, che invia personale qualificato nel servizio, fondi o altri aiuti per facilitarne la nascita; il gruppo iniziale è di solito piccolino, e spesso nasce in una casa, come le comunità del Nuovo Testamento, per poi trovare un locale più o meno capiente e fornito di stanze per gli incontri con tutti, per gestire i bambini, a volte per cucinare e mangiare insieme. Una chiesa appena nata, come una piantina che crescerà e porterà frutto, da questo il concetto di “church plant”.

Motivi giusti

Una nuova chiesa può nascere per diversi motivi; una famiglia di una comunità già esistente si trasferisce per lavoro, e si trova in una località dove non è presente un gruppo cristiano che corrisponda alle sue esigenze: c’è una chiesa, ma non siamo d’accordo con alcune sue posizioni dottrinali, oppure siamo simili, ma il culto è noioso, poco attraente per i nostri bambini o figli giovani; è poco spirituale, o in una lingua che non comprendiamo bene. Allora ne apriamo una noi, con un gruppetto interessato e collaborativo, e da otto persone che si incontrano in casa, passiamo poi a venticinque che affittano un piccolo locale e si costituiscono, a volte come associazione di tipo cristiano, altre come filiale di una denominazione di appartenenza. Cresceremo nel tempo, e Dio ci aiuterà.

In effetti, fondare una chiesa nuova è un’avventura entusiasmante; tutti sono coinvolti e partecipi, vengono invitati amici, parenti e colleghi di lavoro, mamme dei compagni di scuola dei nostri figli, vicini di casa. Se riteniamo che sia ancora attuale il messaggio che Gesù ci ha dato: “Andate, fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che io vi ho comandato” (Matt. 28:19), allora ci adopereremo per adempierlo, anche in piccolissima parte col nostro impegno personale.

Siamo già parte di una bella congregazione cristiana? Potremmo trovarci, per vari motivi, coinvolti nel fondare una chiesa figlia, una nuova piantina che si travasa e cresce separatamente e altrove. Come ha detto Gesù, “andare” è importante: nulla succede stando fermi e pensando che c’è bisogno, certo, e che prima o poi qualcosa accadrà: di solito accadrà quando qualcuno ha una convinzione chiara che sia volontà di Dio e comincia a lavorarci.

Motivi sbagliati

Parliamoci chiaro, ci possono anche essere dei motivi sbagliati per aprire una nuova comunità. Se non vado d’accordo col responsabile della mia comunità, potrei pensare che Dio vuole che io apra qualcos’altro: ma questa è divisione, non moltiplicazione come avveniva nel libro degli Atti. Spesso le motivazioni alla base di certe aperture di comunità sono egoistiche, personali; si basano sul rancore e pensano, erroneamente, di essere benedetti da Dio semplicemente perché aprono “qualcosa” che si basa più sull’amore per un interesse personale che sull’amore di Dio per le anime. A volte, la spinta motivazionale è costituita perfino dalle finanze che un nuovo gruppo può generare, “creando” un lavoro forse anche ben pagato per il responsabile, che raccogliendo però decime e offerte “in nero” così si riduce al ruolo di santone-guru, quasi fosse un mago che chiede la parcella per una preghiera o un aiuto di tipo spirituale, e che di solito tra l’altro lui o lei non ha nemmeno le qualifiche “tecniche” per fare.

Per amare le anime perdute

Il motivo dovrebbe allora essere quello giusto; Dio ha tanto amato il mondo che ha dato … e nella formazione di un gruppo nuovo quelli in prima linea sono chiamati a dare, per amore e gratuitamente, come a suo tempo hanno gratuitamente ricevuto. Poi ci penserà il Signore a rimborsare, tanto Lui non è mai stato debitore di nessuno (Prov. 28:27)….

Quindi, se abbiamo giusti motivi (amare le anime perdute) e una possibilità realistica di avviare una nuova comunità senza fare guerre interne a quella che frequentiamo, se abbiamo una convinzione reale da parte di Dio, chiediamo la benedizione dei nostri responsabili, parliamone e partiamo! Poi, quando arriveranno le prime difficoltà, penseremo a come superarle, come con gli eventuali ostacoli che prevediamo.

Se siete tra quelli che hanno in testa e in cuore l’idea di “piantare una nuova comunità”, sappiate che, come per un orto, ci vuole preparazione e pazienza: la terra (la gente) si ammorbidisce pregando prima, volendogli bene e lavorando mai da soli, rimanendo sempre sotto una copertura che ci aiuti coi consigli giusti e con dei buoni rapporti con la nostra “chiesa madre” e se possibile con i nostri “padri spirituali”.